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MIL€X 2017. Il primo rapporto annuale sulle spese militari italiane

MIL€X, l'osservatorio sulle spese militari italiane realizzato nell'ambito delle attività della Rete Italiana per il Disarmo, di cui Arci fa parte, ha recentemente presentato al Parlamento le anticipazioni del primo rapporto annuale, che verrà pubblicato a gennaio 2017. Pur riconoscendo la necessità di mantenere un adeguato livello di efficienza dello strumento militare, l'osservatorio crede che sia necessaria una maggiore trasparenza e un più attento controllo democratico su questa delicata materia per scongiurare i rischi di un’eccessiva influenza della lobby militare-industriale. Il ministro della Difesa Pinotti ha recentemente dichiarato che negli ultimi dieci anni la difesa ha subito un taglio del 27%, che nuove riduzioni sono impensabili ed è anzi il momento di maggiori investimenti. Un quadro molto diverso rispetto a quello che emerge dalle anticipazioni del Primo rapporto annuale MIL€X sulle spese militari italiane. MIL€X ha elaborato una nuova metodologia di calcolo delle spese militari, togliendo dal conteggio le spese della Difesa per funzioni non militari e aggiungendo quelle per le pensioni del personale militare a risposo, quelle per le missioni militari all’estero pagate dal Ministero dell’economia e delle finanze e soprattutto quelle dei nuovi armamenti pagati dal Ministero dello sviluppo economico.

Nell’ultimo decennio le spese militari italiane sono cresciute del 21%, salendo dall’1,2 all’1,4% del PIL (non l’1,1 dichiarato dalla Difesa). L’andamento storico evidenzia una netta crescita fino alla recessione del 2009 con i governi Berlusconi III e Prodi II, un calo costante negli anni post-crisi del quarto governo Berlusconi, una nuova forte crescita nel 2013 con il governo Monti, una flessione con Letta e il primo anno del governo Renzi e un nuovo aumento negli ultimi due anni. L’Italia nel 2017 spenderà per le forze armate almeno 23,4 miliardi di euro (64 milioni al giorno), più di quanto previsto nei documenti programmatici governativi dell’anno scorso. Ancora molto elevati i costi per il personale. Si registrano forti aumenti per le spese dell’operazione Strade Sicure, del trasporto aereo di Stato (per il costo dell’A340 della Presidenza del Consiglio) e soprattutto per l’acquisto di nuovi armamenti (un quarto della spesa militare totale, 10% rispetto al 2016) pagati in maggioranza dal Ministero dello sviluppo economico (che il prossimo anno destinerà al comparto difesa l’86% dei suoi investimenti a sostegno dell’industria italiana). Si evidenzia la stretta relazione tra questo meccanismo di incentivi pubblici all’industria militare nazionale (oltre 50 miliardi di euro di incentivi MISE ai programmi della Difesa negli ultimi 25 anni su iniziativa di governi di tutti i colori) e l’elevato costo dei programmi di acquisizione armamenti (5,6 miliardi nel 2017, 15 milioni al giorno). Urgenza e dimensione del procurement militare risultano infatti determinate non da reali esigenze di sicurezza nazionale ma da logiche industrial-commerciali (grandi commesse nazionali in funzione della promozione dell’export, come esplicitato nei programmi Centauro 2 e Mangusta 2) che hanno come effetto programmi sproporzionati rispetto alle necessità. Programmi giustificati gonfiando le necessità stesse (come nel caso del numero degli aerei da sostituire con gli F-35 o delle navi da rimpiazzare con le nuove previste dalla Legge Navale) e ricorrendo alla retorica del dual use militare-civile (come nel caso della nuova portaerei Trieste presentata come nave umanitaria, e delle fregate FREMM 2 presentate come unità per soccorso profughi e tutela ambientale).

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