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    Più cultura meno paura: dal primo ottobre parte la campagna adesioni.
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    Pubblicate qui le graduatorie PROVVISORIE del bando del 20 agosto 2018. 
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«In dieci anni, dal 2005 al 2015, la quota di famiglie in povertà assoluta è raddoppiata. L’incremento si è registrato esclusivamente in famiglie il cui capofamiglia (sic) ha meno di 65 anni». Questa frase è stata pronunciata nei giorni scorsi dal presidente dell’Inps Boeri nel corso di una audizione in Commissione Lavoro al Senato sul DDL Povertà. Un paradosso storico: al contrario del passato, quando le fasce economicamente vulnerabili erano costituite perlopiù da anziani, ora la fascia dei poveri è costituita in gran parte da coloro che anziani ancora non sono. Della situazione soffrono soprattutto le fasce giovanili, con una disoccupazione ormai bloccata oltre al 30%, il crescente fenomeno dei Neet, la massiccia precarizzazione del lavoro, il collasso dell’accesso al credito, ed infine l’interrompersi di quell’ascensore sociale che aveva consentito a intere generazioni di famiglie proletarie di diplomarsi, laurearsi e realizzarsi nel lavoro. Ma un altro aspetto preoccupa di questo quadro: i sociologi affermano che, specie presso i Neet, si è molto affievolita la coscienza del proprio stato di indigenza, che non vi è una razionale consapevolezza della povertà che pure si soffre sulla propria pelle. Le migliaia di circoli dell’Arci costituiscono da sempre un termometro privilegiato per misurare la febbre della società italiana aldilà dei numeri prodotti dalle ricerche degli studiosi.

Il 13 ottobre 2015, ormai più di un anno fa, la Camera licenziò in prima lettura la proposta di riforma della legge sulla cittadinanza n.91/92. Quel giorno le organizzazioni della campagna L'Italia sono anch'io, che tra il settembre 2011 e il marzo 2012 avevano raccolto più di 200mila firme su due proposte di legge di iniziativa popolare sulla riforma della cittadinanza e il riconoscimento del diritto di voto amministrativo dei cittadini stranieri, sperarono in una rapida approvazione definitiva della riforma da parte del Senato. Invece non solo la legge non è stata approvata, ma non è neanche iniziata la discussione nella competente Commissione Affari Costituzionali. L’impegno del Presidente Grasso ad accelerarne l’iter, ma soprattutto le promesse fatte in un incontro con i promotori della campagna e con esponenti del movimento #ItalianiSenzaCittadinanza dalla relatrice Lo Moro (PD) e dall’allora Presidente della Commissione Finocchiaro (PD), oggi ministro per i rapporti col Parlamento, di calendarizzare e approvare la legge subito dopo il referendum del 4 dicembre, sono state disattese.

Gessica, Rosanna, Tiziana, Ylenia, sono solo alcuni degli ultimi nomi di donne che la cronaca registra come vittime di femminicidio o tentato femminicidio nelle prime due settimane del 2017. Non solo, ma spesso sul web le vittime sono dileggiate, così come vengono dileggiate e minacciate donne della politica, giornaliste e tante altre. Si parla di misoginia dilagante e di problema culturale, a me sembra piuttosto un odio di genere a volte purtroppo ripetuto anche da soggetti di sesso femminile. Questo massacro non si fermerà con dichiarazioni di principio. Quasi tutte le donne avevano chiesto aiuto, quasi tutte si erano rivolte alla polizia, eppure sono morte lo stesso. Spesso nei tribunali e sulla stampa prevale ancora una mentalità che colpevolizza le donne e si rende complice degli uomini che abusano di loro. I centri antiviolenza che sanno come fare per difendere le donne, sono finanziati a singhiozzo e raramente hanno il denaro sufficiente per gestire le case rifugio. Nella scuola non si fa prevenzione, non si educano le ragazze a riconoscere il pericolo e a difendersi. Non si educano i ragazzi al rispetto del limite. La violenza sulla donna è un problema strutturale che affonda le sue radici nella disparità trai sessi e nella discriminazione. Queste radici non sono affatto state estirpate nonostante le leggi ci siano. Abbiamo combattuto molto per ottenerle ma non c’è l’impegno sufficiente perchè siano rispettate.

Un Ministro del PDS li ha inventati (Napolitano) ed un Ministro del PD li rilancia (Minniti), dopo quasi 20 anni di fallimenti e ingiustizie. I CIE (Centri di identificazione ed Espulsione), già CPT, in questi anni sono stati il simbolo di una politica proibizionista che, dichiarando di voler promuovere un giusto equilibrio tra diritti e doveri, tra solidarietà e sicurezza, ha alimentato il razzismo e costruito separazione e discriminazione. Oggi, in una fase di crisi dell’UE e di crescita dei movimenti xenofobi e di estrema destra, riproporre uno schema che ha già dimostrato di essere inutile e dannoso, è davvero inspiegabile, se non per ragioni di mera propaganda. Come dicevamo nel 1998, anche oggi ribadiamo che i Centri di detenzione per stranieri vanno chiusi tutti subito. Lo stesso Ministero dell’Interno, avendo capito che i CIE non servono all’obiettivo dichiarato, li stava in questi anni progressivamente smantellando. E infatti di tredici centri ne sono rimasti quattro. Rilanciarne adesso il ruolo legandolo al tema della sicurezza, al tempo del terrorismo e dell’ISIS è, oltre che fuorviante e sbagliato, un disastro sul piano culturale e politico.

L'Alleanza contro la povertà in Italia, a cui aderisce anche l'Arci, lancia un appello ai Presidenti della Repubblica, del Consiglio dei Ministri, del Senato e della Camera per una pronta approvazione della legge delega sulla povertà. Perchè far pagare ai poveri le conseguenze dell'insabilità politica? Il clima di incertezza politica rischia di privare tante famiglie indigenti della possibilità di ricevere il sostegno pubblico di cui hanno necessità. Affinché ciò non accada, l’Alleanza contro la povertà chiede di approvare la legge delega di introduzione del Reddito d’Inclusione (REI) e di predisporre il Piano nazionale contro la povertà. Dall’inizio della crisi, le persone in povertà assoluta in Italia sono aumentate del 155%: nel 2007 erano 1milione ed 800mila mentre oggi sono 4milioni e 600mila. Povertà assoluta è il termine tecnico che indica la miseria: la vive – infatti - chi non riesce a raggiungere lo standard di vita definito dall’Istat “minimamente accettabile”, con riferimento ad alimentazione, abitazione, vestiario, trasporti ed altre esigenze primarie. Da gennaio l’Italia sarà l’unico paese europeo nel quale lo Stato non fornisce un aiuto alle persone in povertà assoluta. La Grecia infatti, che condivideva questo primato negativo con il nostro Paese, ha deciso di introdurre nel 2017 un sostegno pubblico a chiunque si trovi in tale condizione. Nell’ultimo anno sono stati realizzati significativi passi in avanti per colmare questa carenza. Vi hanno lavorato insieme il Governo e le principali forze parlamentari, di maggioranza e di opposizione. L’Alleanza contro la povertà ha contribuito attraverso un’attività costante di sensibilizzazione, pressione e proposta. È stata così avviata una misura transitoria, destinata a 3 poveri su 10. È, soprattutto, cominciato il percorso parlamentare della legge delega per l’introduzione del Reddito d’Inclusione (REI), giunto a buon punto.

L'anno che va si chiude con una lunga striscia di sangue. Guerre terribili, come quella siriana. Assedi e carneficine, come ad Aleppo. Atti terroristici, come l'ultimo a Berlino. Tensioni internazionali che si acuiscono. Nell'anno che va in 5mila hanno perso la vita nel Mediterraneo nel tentativo di raggiungere le nostre coste mentre sono cresciuti gli istinti populisti assieme alle voci e alle forze xenofobe e razziste che si muovono in Europa. L'anno che va ci dice che la crisi ancora non è alle spalle e le disuguaglianze non smettono di aumentare. Nel nostro paese 4 milioni 600mila persone sono povere e 17 milioni e mezzo sono a rischio povertà. Ecco. L'anno che verrà vorremmo fosse diverso. Vorremmo passi concreti di pace. Vorremmo che l’Unione Europea, che celebrerà i sessant'anni del Trattato da cui cominciò il suo cammino, svolga il suo ruolo di attore che spegne focolai e roghi di guerra. Vorremmo diritto d'asilo e corridoi umanitari per chi fugge dalle guerre e dalle stragi. Vorremmo lavoro stabile e non precario. Al sud come al nord. Vorremmo un nuovo contratto sociale per un nuovo modo di stare insieme, per combattere la concentrazione della ricchezza e promuovere l'uguaglianza, per rimettere al centro il lavoro, i diritti, la partecipazione civica. E’ questo il 2017 che l’Arci vorrebbe che fosse e per il quale lavorerà, proponendo le sue idee e le sue pratiche di solidarietà, socialità, democrazia, promozione della cultura. Per l'anno che verrà vogliamo tanto. Ma non ci tiriamo indietro. Auguri di un buon 2017 a tutte e a tutti.

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